Lunedì 28-11-2011

violenza non violenta (???)

sculacciata

 

Grazie ad uno stappo alla schiena che mi ha costretta all’immobilità, mi dedico all’attività che coinvolge il minor numero di muscoli doloranti possibile (alcune dita, palmi e polsi): girovagamento nell’etere!
Su segnalazione di un’amica sosto presso un blog sinora a me sconosciuto dove l’autrice esprime le sue considerazioni su:
- scenario genitorial-bambinesco dell’attuale epoca
- scappellotti educativi

Sono stata anche io professionista nel sociale, animatrice e allenatrice sportiva, e condivido la generale visione dalla quale l’autrice prende spunto per la propria analisi: scarso impegno, soprattutto di fronte alle difficoltà, da parte di molti ragazzini, ridotto rispetto per l’autorità, eccetera.
A paragone di tanto scempio viene riportata l’esperienza diretta dell’autrice stessa, i cui genitori mai si sarebbero sognati di intervenire in suo soccorso di fronte a ingiustizie subite per mano degli insegnanti. Mi intenerisco di fronte a quella piccina che si aspettava di trovare “la mamma che la coccola” mentre al suo posto l’attende l’educatrice attenta che PER PRINCIPIO le addossa con certezza ogni colpa, al di là di come si siano svolti davvero i fatti. Penso a quanto possa essersi sentita incompresa, non accolta nei suoi bisogni. Ma sono sollevata all’idea che, nonostante siano mancate le spiegazioni, nonostante non sia stata ascoltata la sua voce, nonostante le sia stato detto che doveva aver combinato qualcosa per meritarselo senza veramente voler capire cosa, nonostante questo col tempo e la saggezza degli anni (23) sia giunta a capire “perchè lo facevano!” e ora per questo ringrazia di cuore i suoi genitori.
Improvviso, però, arriva il balzo argomentativo, secondo una logica a me incomprensibile: e padrone della scena è ora lo scappellotto che pare tutti abbiamo preso “a go go, a palate e in ogni dove: chiappe, coppino, braccia” pur però rimanendo “tutti sani, senza problemi fisici di nessun tipo” (qui la mia schiena esprime il suo dissenso con una fitta lancinante).
E già ci sarebbe da disquisire per ore su ‘sta cosa che tutti le abbiamo prese e stiamo bene comunque quindi le botte mica fanno male, anzi. Pressapochismo è la parola che mi salta in testa.
Ma proseguiamo l’interessante lettura.
Ecco un bel quadretto:
“Di questi tempi se un genitore si azzarda a provare a dare una pacca sulla mano del figlio che, per capriccio, ha lanciato a terra il gelato appena comprato, il povero papà o mamma che sia viene immediatamente fulminato con gli sguardi sconcertati, sbigottiti e giudicanti dei presenti.”
E mi chiedo: cosa spinge a pensare che una pacca sulla mano al discolo sia la soluzione al capriccio che ha indotto la caduta rovinosa del gelato?  Il gelato è caduto: non è forse già questa una “punizione” dolorosa per il bimbo vizioso? Non potrebbe esser utile far notare la cosa con fermezza e severità, facendo magari capire che nessun altro gelato o simile arriverà a compensare la perdita? E se invece al bimbo del gelato non interessa nulla... perchè gli è stato comperato? La pacca sulla mano a chi serve? Ad educate il selvaggio o a dare sfogo all’esasperazione del genitore?

Segue scenetta del parco. Io la figlia da portare al parco ce l’ho. Di solito mi siedo sulla panchina e la guardo scorrazzare, ammirando evoluzioni, capitomboli e traguardi. E’ vero: spesso si incontrano genitori (e taaaaanti nonni, quelli che erano genitori quando tutti erano educati...ma si sa che assumendo il ruolo di nonni le persone posson subire mutazioni educativo-genetiche) ansiosi che seguono i propri pargoli passo a passo, evitano loro di cadere, di sporcarsi, di prendere in mano le cose, di rapportarsi con spontaneità agli altri bimbi, sostituendosi a loro invece di accompagnarli, e quindi intervenendo anche su questioni del tipo “restituisci il giochino”. Fatico però a capire con quale logica questi genitori vengano accostati senza alcun dubbio a quelli che non menano i loro piccoli e che così facendo creano mostri egoisti. Questi e quelli vengono poi inglobati della categoria dei “sottomessi al volere dei figli”: quelli che li proteggono in tutto senza fargli capire che il mondo è difficile.
E qui una piccola digressione: un giorno andai in municipio per delle pratiche. Avevo con me Maria, in fascia sulla schiena. Incrocio un signore che osservandola perplesso mi dice: “le vuol proprio insegnare subito che il mondo è difficile!”. Mettetevi d’accordo su ‘sti insegnamenti sulla difficoltà del mondo!

Torniamo al post in questione. E disquisiamo della “malattia del genitore sottomesso”, che sembra essere quello che non si adegua allo “stile” del mondo.
Chiarisco ogni possibile dubbio al riguardo: i miei fratelli minori possono testimoniare che rispetto a mia madre quella severa e che li faceva rigare dritto, ero io. Ma allo stesso tempo se hanno bisogno di un sostegno privo di giudizio cercano me, non la mamma.
Credo fermamente nella disciplina e nell’importanza dell’autorervolezza. Ritengo però che esse non nascano dall’imposizione e dall’autoritarismo ma dall’esempio, dall’ascolto rispettoso e dal dialogo.
Penso anche io che non si difende il proprio figlio sostituendosi a lui: gli si deve permettere di sperimentare e capire in prima persona anche quando certe lezioni non hanno esisti piacevoli. Ma ho la convinzione che un bimbo autonomo, e una persona autonoma, sono tali perché hanno innanzitutto una base sicura; affrontano senza timore il “mondo difficile”, lo fanno in prima persona, perché sanno che comunque vada c’è qualcuno che li ama a prescindere. “Li ama” anche se può non concordare con le decisioni da loro prese, anche di fronte a un fallimento, a un errore, non giustifica, non deresponsabilizza. Ama e basta.

Sottolineo che a mia figlia non è concesso tutto. Anzi. Ci sono dei NO che rimangono fermi, e lei lo sa. Ci sono anche tanti spazi nei quali le è concessa libertà, che va a braccetto con la responsabilità.

 

Ed ora faccio una confessione per me molto dolorosa.
Alcune volte, quando sono stanca, quando Maria è più assillante del solito per qualsiasi motivo, anche a me succede di reagire in maniera violenta: può trattarsi di alzare eccessivamente la voce, oppure di dare la “famosa” sberletta sulla mano. Si tratta di una reazione istintiva della quale immediatamente mi pento. So perchè lo faccio: a mia volta era stato fatto a me ed è difficile liberarmi di un comportamento che è stato incollato alle mie fibre sin dai primi respiri. Quando accade vedo la reazione di Maria: vedo che “mica muore per questo”, che non le ho inflitto chissà quali “ferite gravi”, ma non posso ignorare il suo sguardo, a volte spaventato, a volte mortificato. Una cosa è certa: quel gesto violento (e non venitemi a dire che non lo è) non le ha affatto insegnato che “non si fa” quella data cosa che vorrei lei non facesse. Le ha solo detto che mamma è tanto esaurita da arrivate a farle male (sulla manina e nel cuore). Io mi sento malissimo perchè so cosa sta provando la mia piccola: è quello che provavo io quando ero una bimba come lei. E se ora sono una persona educata, onesta, ricca di valori, rispettosa, non è stato grazie ai scappellotti ricevuti (che mi hanno solo insegnato a darli a mia figlia, maledizione!), ma grazie agli esempi ai quali ho assistito di educazione, onestà, valori e rispetto. Perchè i miei genitori non erano perfetti, come non lo sono io, e se ogni tanto perdevano la pazienza, quasi sempre in compenso erano persone per bene che mi hanno insegnato molto.

Ringrazio l’autrice del blog che mi ha ispirato queste riflessioni, e vorrei condividere con lei, e con te che leggi, degli spunti che magari potrebbero esserle/esserti/essermi utili:

  • la realtà è complessa e cangiante: rimane tale anche se si tenta di ordinarla all’interno di categorizzazioni ed etichettature di massima, che quasi sempre risultano maldestre e facilone; un comportamento, un atteggiamento, un modo d’essere sono spesso esito di infiniti comportamenti, atteggiamenti e stili  che li hanno anticipati: è praticamente impossibile definire un meccanismo di causa effetto chiaro e netto: chi pretende di farlo spesso è ingenuo o un po’ troppo pieno di sè.
  • l’esito della comunicazione è fortemente legato al significato che si da alle parole. Più si condividono i significati più è facile capirsi, senza che sia necessario poi essere d’accordo. E’ il caso di capire cosa si intende per violenza. La mia personale idea in proposito l’ho accennata. Rimango esterrefatta di fronte a chi dice di non incitare alla violenza affermando che uno scappellotto ogni tanto fa bene. Se è violenza non fa bene. E’ un po’ come chi dice di non essere razzista ma allo stesso tempo dichiara che non affitterebbe casa agli stranieri.
  • un buon professionista che opera nell’area sociale/sanitaria, secondo me, dovrebbe impegnarsi per diventare, innanzitutto, maestro nell’arte dell’ascolto e dimenticare il giudizio.
  • quando si discute su un tema è quasi automatico che si vengano a creare delle “fazioni”, e più la discussione è accesa più le posizioni diventano nette e divergenti. Questo spesso non aiuta il dialogo costruttivo. Sarebbe bello se riuscissimo a mantenere quel fragile equilibrio tra difesa della dignità delle proprie idee e disponibilità a cambiarle che consentirebbe a tutti di crescere.

 

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